“Il valore dei buoni propositi non è nel loro compimento.
È nel viaggio verso la realizzazione… e quel viaggio, cara Agata, è la vita.”
(Sabrina Gabriele, I buoni propositi, 2025)
Ogni inizio anno, ogni settembre, ogni “da lunedì cambio” riaccende la stessa scena: facciamo liste, ci immaginiamo diversi, più in forma, più sereni, più organizzati. Poi la vita quotidiana riprende il suo ritmo e molti buoni propositi si sfilacciano, lasciando dietro di sé frustrazione e senso di fallimento.
Di solito leggiamo tutto questo solo in termini di forza di volontà individuale: “non sono abbastanza costante”, “non ho disciplina”. In realtà, i buoni propositi sono l’incrocio di almeno tre piani:
- i nostri valori e bisogni profondi;
- il modo in cui formuliamo obiettivi concreti;
- le relazioni e i copioni familiari che danno forma alla nostra idea di “come dovrei essere”.
Questo articolo prova a tenere insieme questi livelli, offrendo spunti teorici e qualche esercizio pratico.
Che cos’è davvero un “buon proposito”?
Un buon proposito non è solo “una cosa che vorrei fare”, ma una sorta di ponte fra la persona che sono oggi e quella che immagino di poter diventare. Ha molto a che fare con l’ideale di sé: quell’immagine interna di come dovrei essere per sentirmi adeguata/o, “a posto”, all’altezza degli altri.
Nel linguaggio quotidiano, però, mescoliamo spesso tre elementi diversi:
- il buon proposito: “voglio prendermi più cura di me”;
- l’obiettivo concreto: “farò attività fisica 3 volte a settimana”;
- il sogno astratto: “diventerò una persona totalmente diversa”.
Il buon proposito è il desiderio che orienta;
l’obiettivo è il modo in cui quel desiderio si traduce in passi realistici;
il sogno, se resta troppo vago, rischia di diventare un ideale irraggiungibile che ci fa sentire in difetto qualsiasi cosa facciamo.
Valori e obiettivi: ciò che conta (davvero) per te
Un nodo importante è distinguere fra valori e obiettivi.
- I valori sono direzioni di vita: “per me è importante la cura”, “la libertà”, “la creatività”, “la stabilità”.
- Gli obiettivi sono i passi concreti che decidiamo di fare in quelle direzioni: “chiedo un pomeriggio libero”, “inizio un corso che mi interessa”, “metto un limite al lavoro serale”.
Molti buoni propositi faticano a reggere nel tempo perché:
- rispondono a valori di altri (famiglia, partner, società) più che ai nostri;
- sono costruiti su un ideale di perfezione (“devo cambiare completamente”) più che su piccoli aggiustamenti coerenti con ciò che per me conta davvero.
Quando un proposito è radicato in un valore significativo, anche gli inevitabili inciampi diventano un’occasione per riorientarsi, non la prova che “non valgo abbastanza”.
Uno sguardo relazionale: i buoni propositi non nascono nel vuoto
In ottica sistemico-relazionale, i buoni propositi non sono mai solo decisioni “private”: parlano dei legami in cui siamo immersi e dei ruoli che da anni abitiamo.
Ogni famiglia costruisce, spesso senza dirlo esplicitamente, alcuni miti e copioni:
- “Da noi si lavora sempre, non ci si lamenta”.
- “Prima gli altri, poi te stessa/o”.
- “Chi pensa a sé è egoista”.
- “Nella nostra famiglia nessuno è mai riuscito davvero a cambiare”.
Un buon proposito può quindi:
- confermare questi copioni (“devo essere ancora più produttivo, ancora più disponibile”);
- oppure metterli in crisi (“voglio rallentare”, “voglio dire più spesso no”, “voglio prendermi uno spazio mio”).
Quando un proposito mette in discussione un equilibrio di lungo corso, non è raro che una parte di noi faccia resistenza: non solo per paura del nuovo, ma anche per una forma di lealtà invisibile verso la storia familiare. Rinunciare al cambiamento, in questo senso, può avere una funzione: mantenere un’identità e un posto riconoscibile dentro il sistema.
Perché abbandoniamo i buoni propositi?
Oltre agli aspetti relazionali, esistono alcune ragioni ricorrenti che spiegano perché fatichiamo a mantenere i nostri progetti nel tempo.
- Sono troppo vaghi o troppo grandi
“Voglio stare meglio”, “voglio essere più felice”, “voglio cambiare lavoro”. Senza passaggi intermedi, il proposito resta astratto e schiacciante. - Non tengono conto del momento di vita
Un obiettivo sensato sulla carta può essere poco realistico nella tua fase attuale (figli piccoli, carichi di cura, stress lavorativo intenso…). - Sono “in prestito” dagli altri
Inseguiamo traguardi perché “si dovrebbe” (secondo i social, la famiglia, la cultura di riferimento), non perché parlano davvero di noi. - Ignorano i tempi del cambiamento psicologico
Tra intenzione e azione esistono passaggi graduali: fasi in cui ci limitiamo a pensare al cambiamento, fasi di preparazione, tentativi, ricadute. Se leggiamo ogni interruzione come un fallimento definitivo, è difficile restare in cammino. - Hanno funzioni relazionali nascoste
A volte non portare avanti un proposito serve a:- continuare a essere “quella che non si lamenta mai”;
- rimanere disponibili oltre misura;
- non creare conflitti con chi teme il nostro cambiamento.
In questo senso, il “non ce l’ho fatta” dice qualcosa non solo su di te, ma anche sugli equilibri in cui sei inserita/o.
Impostare obiettivi “amici”: dal modello SMART alle micro-scelte
La ricerca sugli obiettivi mostra che la qualità degli obiettivi influisce molto sulla motivazione.
Rielaborando il modello S.M.A.R.T. in chiave psicologica, possiamo dire che un buon obiettivo è:
- Specifico: chiaro e concreto (“camminare 30 minuti” invece di “fare più movimento”);
- Misurabile: posso accorgermi se lo sto facendo (quante volte, per quanto tempo);
- Accessibile e realistico: sfidante ma compatibile con le mie risorse attuali;
- Rilevante: collegato a un valore per me importante;
- Temporalmente definito: ha una cornice nel tempo (“per le prossime 4 settimane”, “entro giugno”).
Accanto a questo, è fondamentale pensare il cambiamento come una sequenza di micro-scelte, più che come un salto drastico da “come sono” a “come dovrei essere”. I passi avanti e indietro fanno parte del processo: il “viaggio verso la realizzazione” ha curve, soste, ripartenze.
Quando ha senso chiedere aiuto
Se ti ritrovi in un copione che si ripete – ogni anno gli stessi propositi, la stessa carica iniziale, lo stesso senso di colpa – forse non è più solo questione di trovare il “metodo giusto”.
Uno spazio di psicoterapia individuale o familiare può aiutare a:
- dare voce alle lealtà invisibili che rendono difficile cambiare;
- esplorare i ruoli che hai assunto nel tempo e che oggi non ti rappresentano più;
- costruire obiettivi che non siano in guerra con i tuoi legami, ma che permettano al sistema di evolvere insieme a te.
Chiedere aiuto, in questo senso, può diventare esso stesso un buon proposito: il più fragile e il più coraggioso. È come dire a qualcuno:
“Da sola/o fin qui ci sono arrivata; da qui in poi ho bisogno di uno sguardo in più, di una voce che mi aiuti a rimettere in fila i pezzi.”
In terapia non si cancellano i buoni propositi falliti, non si riscrivono a tavolino le decisioni, ma si prova a comprendere la storia che li attraversa: cosa stavano cercando di aggiustare, chi stavano cercando di proteggere, quale bisogno non riuscivano a nominare.
A volte il lavoro non è aggiungere altri obiettivi alla lista, ma alleggerire la lista stessa, togliere perfezione, restituire umanità alle attese che hai su di te. E scoprire che puoi restare fedele a chi ami senza smettere di esserlo anche a te stessa/o.
Forse allora i buoni propositi tornano al loro posto: non esami da superare, ma piccoli segnali sulla strada. E il viaggio – fatto di passi incerti, soste, ripartenze – diventa un po’ meno solitario e un po’ più tuo.
Bibliografia
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Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (2012). Acceptance and Commitment Therapy: The Process and Practice of Mindful Change (2nd ed.). Guilford Press.
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