Negli ultimi anni il cambiamento climatico è entrato sempre più anche nel nostro modo di pensare al futuro. Ondate di calore, incendi, alluvioni, siccità e trasformazioni dei territori non appartengono più soltanto ai rapporti scientifici: fanno parte delle notizie che incontriamo ogni giorno e, per molte persone, anche dell’esperienza diretta.
Ho avuto occasione di riflettere su questi temi durante il Ferrara Buskers Festival 2026, all’interno di BGreen EcoJungle, uno spazio dedicato quest’anno anche all’ecoansia. Il tema del Festival, “Aspettati l’inaspettato”, mi ha fatto pensare a un paradosso: l’inaspettato può essere affascinante quando, girando un angolo, una strada conosciuta diventa improvvisamente un palcoscenico. Ma cosa accade quando a diventare imprevedibile è qualcosa che avevamo sempre considerato relativamente stabile, come il clima, il territorio in cui viviamo o il futuro che avevamo immaginato?
È qui che entrano due concetti: ecoansia e solastalgia. Il primo ci porta soprattutto verso la preoccupazione per ciò che potrebbe accadere; il secondo verso il dolore per qualcosa che sentiamo cambiare o andare perduto già nel presente. Entrambi ci ricordano che il cambiamento climatico non riguarda soltanto “l’ambiente là fuori”, ma può entrare nel modo in cui immaginiamo la nostra vita, costruiamo relazioni e sentiamo di appartenere ai luoghi.
Ecoansia: preoccuparsi non significa necessariamente stare male
Con il termine ecoansia descriviamo un insieme di emozioni e preoccupazioni legate alla crisi ecologica e alle sue conseguenze presenti e future. Quando l’oggetto della preoccupazione è più specificamente il cambiamento climatico, la letteratura parla spesso di climate anxiety. Una precisazione è però fondamentale: l’ecoansia non è una diagnosi psichiatrica e non rappresenta automaticamente un disturbo psicologico.
Paura, tristezza, rabbia, senso di colpa o impotenza possono essere risposte comprensibili davanti alla percezione di una minaccia reale. Una grande ricerca internazionale coordinata da ricercatori dell’Università di Bath, nel Regno Unito, nel 2021, ha coinvolto 10.000 ragazzi e giovani adulti tra i 16 e i 25 anni in dieci Paesi: quasi il 60% si dichiarava molto o estremamente preoccupato per il cambiamento climatico, circa il 45% riferiva un impatto negativo di queste emozioni sulla vita quotidiana e il 75% descriveva il futuro come spaventoso.
Dal punto di vista psicologico, allora, forse la domanda più utile non è semplicemente “Quanto sono preoccupato?”, ma “Che cosa succede a questa preoccupazione nella mia vita?”. Posso essere molto consapevole del cambiamento climatico e continuare a studiare, lavorare, avere relazioni, progettare e utilizzare quella preoccupazione per orientare alcune scelte. Oppure posso sentirmi progressivamente travolto dalle informazioni, non riuscire più a immaginare un futuro possibile o convincermi che qualsiasi cosa faccia sia inutile. È qui che diventa importante distinguere la preoccupazione dalla compromissione.
Tra “non posso fare nulla” e “devo fare tutto”
Di fronte alla crisi climatica possiamo oscillare facilmente tra due posizioni opposte. Da una parte: “Il problema è talmente grande che quello che faccio io non serve a niente”. Dall’altra: “Se conosco il problema, allora dovrei fare sempre di più e ogni mia scelta dovrebbe essere perfettamente sostenibile”. Nel primo caso prevale l’impotenza; nel secondo rischiamo di entrare in una forma di iper-responsabilità accompagnata da senso di colpa.
Una ricerca condotta dall’Università di Messina e dall’Università Magna Graecia di Catanzaro nel 2024 ha mostrato che le credenze di impotenza rispetto ai problemi ambientali sono associate a un minore coinvolgimento pro-ambientale. Nello stesso studio, una maggiore capacità di riconoscere e integrare le proprie emozioni era collegata all’eco-empatia e, attraverso questa, a un maggiore coinvolgimento. Questo suggerisce qualcosa di importante: non abbiamo necessariamente bisogno di liberarci delle emozioni difficili, ma di imparare a non esserne sopraffatti.
Anche una ricerca coordinata principalmente dall’Università di Palermo nel 2024, con il coinvolgimento dell’Università Magna Graecia di Catanzaro e dell’Università di Messina, ha mostrato che livelli maggiori di preoccupazione climatica possono coesistere con un maggiore coinvolgimento pro-ambientale. Le persone meno ansiose, quindi, non sono automaticamente quelle che hanno trovato un rapporto più equilibrato con il problema: alcune possono semplicemente percepirlo come più distante.
La posizione più sostenibile potrebbe trovarsi allora tra onnipotenza e impotenza: non dipende tutto da me, ma questo non significa che nulla dipenda anche da me.
L’ecoansia non vive soltanto dentro di noi
Siamo abituati a pensare all’ansia come a qualcosa che appartiene all’individuo: io sono ansioso, io devo gestire ciò che provo. Ma le emozioni vengono anche accolte, amplificate, minimizzate o trasformate nelle relazioni.
Se una persona dice “Ho paura di quello che succederà” e riceve come risposta “Sei esagerata, non pensarci”, alla preoccupazione può aggiungersi la sensazione di non essere compresa. Se invece trova qualcuno capace di riconoscere quella paura senza né negarla né alimentarla, l’emozione non scompare necessariamente, ma può diventare più pensabile e condivisibile.
Una review sistematica realizzata da ricercatori dell’Università Magna Graecia di Catanzaro e dell’Università di Messina nel 2025, basata su 23 studi, ha approfondito proprio il ruolo di genitori e coetanei nei comportamenti pro-ambientali degli adolescenti. Famiglia e gruppo dei pari partecipano alla costruzione di valori, norme e comportamenti ambientali attraverso ciò che viene detto, ma anche attraverso ciò che viene concretamente fatto. Il processo, inoltre, non procede soltanto dagli adulti ai ragazzi: anche gli adolescenti possono introdurre nuove pratiche e nuove conversazioni all’interno della propria famiglia.
Da una prospettiva sistemico-relazionale questo passaggio è particolarmente interessante: l’ecoansia non circola soltanto dentro le persone, ma può circolare tra le persone. Anche il modo in cui genitori, insegnanti, amici e adulti significativi stanno dentro l’incertezza contribuisce a costruire il modo in cui un giovane imparerà ad affrontarla.
“Che mondo riceverò?”
Per i giovani il cambiamento climatico può assumere così anche una dimensione profondamente intergenerazionale. La domanda non riguarda soltanto la paura di un’alluvione, di un incendio o dell’aumento delle temperature. Può diventare: “Che mondo riceverò?”
Questa domanda mette in relazione presente e futuro, ma anche generazioni differenti. Può contenere paura, ma anche rabbia o delusione verso gli adulti e le istituzioni percepiti come insufficientemente responsivi. Non si tratta di individuare semplicisticamente una generazione “colpevole”, ma di riconoscere che il futuro non è soltanto qualcosa che costruiamo individualmente: è anche qualcosa che riceviamo dagli altri e che, a nostra volta, consegneremo a chi verrà dopo di noi.
Per questo gli adulti significativi possono avere un ruolo importante non soltanto nel fornire informazioni corrette, ma nel mostrare come sia possibile riconoscere la gravità di un problema senza trasformarlo in una narrazione completamente catastrofica. Né “non succederà niente”, né “ormai è tutto perduto”. Piuttosto: “Possiamo guardare insieme anche ciò che ci spaventa, continuando a pensare e a fare spazio al futuro”.
Solastalgia: quando è casa a diventare lontana
Se l’ecoansia ci porta soprattutto verso il futuro, la solastalgia ci riporta ai luoghi che stiamo già vedendo cambiare. Il concetto nasce da ricerche sviluppate presso l’Università di Newcastle, in Australia, e pubblicate nel 2007, per descrivere il distress che può emergere quando un ambiente al quale siamo profondamente legati si trasforma in maniera indesiderata mentre continuiamo ad abitarlo.
Il paragone con la nostalgia aiuta a comprenderlo. Nella nostalgia sono io a essere lontano da casa. Nella solastalgia posso essere ancora nello stesso luogo, ma è casa a non essere più quella che riconoscevo. È quasi come se fosse il luogo ad essersi allontanato da me.
Pensiamo a un bosco dopo un incendio, a una costa modificata dall’erosione, a un paesaggio dell’infanzia profondamente trasformato. Non stiamo parlando soltanto di scenari: i luoghi custodiscono abitudini, relazioni, esperienze e ricordi. Possono diventare parte della nostra identità.
Uno studio condotto dall’Università di Nottingham e dall’Università di Alessandria nel 2026 ha approfondito proprio questo legame coinvolgendo 502 persone anziane residenti ad Alessandria d’Egitto, con un’età media di 71 anni. Il waterfront della città rappresentava per molti partecipanti passeggiate, incontri, autonomia, routine e ricordi costruiti nell’arco di una vita. Lo studio ha mostrato che una maggiore solastalgia era associata a un minore benessere e che ricordi molto intensi dei luoghi potevano accentuare il contrasto tra ciò che quel luogo era stato e ciò che era diventato.
Questo non significa che ricordare faccia male. Significa piuttosto che possiamo sapere molto bene che cosa sentiamo di aver perduto proprio perché ricordiamo ciò che quel luogo rappresentava per noi.
Ecoansia e solastalgia: futuro, luoghi e appartenenza
Ecoansia e solastalgia non sono categorie rigidamente separate e possono naturalmente sovrapporsi. Ma una distinzione può aiutarci a comprenderle: l’ecoansia ci porta più facilmente verso la domanda “Che futuro avrò?”, mentre la solastalgia verso “Che cosa è successo al luogo che conoscevo?”.
Da una parte c’è il futuro che temiamo di perdere; dall’altra il luogo che sentiamo di stare già perdendo. In entrambi i casi, però, emerge qualcosa di profondamente relazionale: il nostro benessere non si costruisce esclusivamente dentro di noi. Si costruisce anche attraverso le persone con cui condividiamo ciò che accade, i luoghi attraverso cui raccontiamo la nostra storia, le comunità alle quali apparteniamo e la possibilità di immaginare una continuità tra ciò che siamo stati e ciò che potremo diventare.
Conclusioni
Forse, allora, la domanda non dovrebbe essere soltanto: “Come faccio a non provare ecoansia?”. Possiamo chiederci piuttosto quanto spazio occupi quella preoccupazione, se possiamo condividerla con qualcuno e quale margine di azione sentiamo realmente nostro.
Prendersi cura dell’ambiente non dovrebbe trasformarsi in un nuovo esame nel quale sentirsi costantemente in difetto. Possiamo scegliere azioni coerenti con i nostri valori senza pretendere da noi una sostenibilità perfetta; possiamo partecipare a comunità e iniziative collettive; possiamo chiedere alle imprese e alle istituzioni di assumersi la propria quota di responsabilità; possiamo aiutare i più giovani a non sentirsi soli davanti al futuro e proteggere i luoghi sapendo che, insieme all’ambiente, custodiamo anche le storie che quei luoghi contengono.
Forse il contrario dell’ecoansia non è l’indifferenza e neppure l’illusione che andrà necessariamente tutto bene. Potrebbe essere la capacità di sentirsi ancora parte di qualcosa, senza oscillare tra “dipende tutto da me” e “non dipende niente da me”.
In fondo, forse non abbiamo bisogno semplicemente di preoccuparci meno. Abbiamo bisogno di preoccuparci senza restare soli.
Bibliografia
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