Ci sono momenti in cui iniziare a conoscerci meglio non ci fa sentire subito più sereni. Al contrario, può portarci a mettere in discussione ciò che credevamo di sapere di noi stessi, della nostra storia e delle nostre relazioni. Perché accade?
Quando crescere significa sentirsi più confusi
Immagina un ragazzo che, dopo un periodo difficile, decide di dedicarsi finalmente a sé stesso. Inizia un percorso di psicoterapia, legge libri, prova a comprendere le proprie emozioni e a riconoscere quei comportamenti che, fino a quel momento, aveva considerato semplicemente parte del proprio carattere.
All’inizio è entusiasta, ma dopo qualche mese si accorge di sentirsi più confuso di prima. Comincia a riconoscere quante volte dice di sì quando vorrebbe dire di no, soltanto per evitare un conflitto. Si rende conto che molte delle sue relazioni sentimentali sono finite seguendo dinamiche simili. Alcune frasi dei genitori, che un tempo lasciava scivolare via, oggi assumono un significato diverso e lo feriscono più profondamente.
Una sera, raccontando tutto questo a un amico, si sente rispondere: «Ma sei sicuro che questa terapia ti stia facendo bene? Prima mi sembravi molto più felice».
E, per un istante, una parte di lui pensa che forse abbia ragione.
È proprio qui che incontriamo quello che potremmo chiamare il paradosso della crescita personale: a volte, quando iniziamo a cambiare, abbiamo la sensazione di stare peggio, perché cominciamo a vedere ciò che prima non riuscivamo a riconoscere.
Accendere la luce su ciò che prima non vedevamo
Mi piace pensare alla consapevolezza come alla luce che accendiamo entrando in una stanza rimasta al buio per molto tempo. Finché la luce è spenta, possiamo attraversarla senza soffermarci troppo su ciò che contiene. Quando la accendiamo, però, iniziamo a distinguere gli oggetti, gli angoli trascurati, il disordine che prima non vedevamo.
La luce non ha creato quel disordine. Ci ha semplicemente permesso di riconoscerlo.
Qualcosa di simile può accadere durante un percorso di crescita personale. Scopriamo, per esempio, che dietro alla nostra disponibilità verso gli altri si nasconde anche la paura di deluderli, oppure che quella che abbiamo sempre definito indipendenza è, almeno in parte, una difficoltà a chiedere aiuto.
Sono scoperte che possono disorientarci, perché mettono in discussione l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Diventare più consapevoli, infatti, non significa necessariamente sentirsi subito più sicuri: a volte significa accorgersi di quanto ancora non conosciamo di noi.
Crescere non significa soltanto trovare nuove risposte, ma anche imparare a convivere con domande che prima non ci ponevamo.
Il cambiamento non riguarda mai soltanto noi
Da una prospettiva sistemico-relazionale, questa esperienza assume un significato ancora più profondo. La nostra identità si costruisce anche attraverso le relazioni e i ruoli che, nel corso della vita, impariamo ad assumere: possiamo diventare quelli che non creano problemi, che si occupano sempre degli altri o che cercano di mantenere la pace a ogni costo.
Spesso questi modi di stare in relazione hanno avuto una funzione importante nella nostra storia. Ci hanno aiutato a sentirci riconosciuti, a mantenere la vicinanza con le persone significative o a proteggerci da situazioni emotivamente difficili.
Pensiamo, per esempio, a una persona che ha imparato fin da piccola a evitare i conflitti per non deludere i propri genitori. Da adulta potrebbe continuare a mettere da parte i propri bisogni per preservare l’armonia nelle relazioni. Quando inizia a riconoscere questa dinamica e prova a esprimere un disaccordo, può sperimentare un forte senso di colpa, come se affermare sé stessa significasse inevitabilmente ferire qualcun altro.
Anche le persone che la circondano potrebbero reagire con sorpresa: «Non eri così prima», «Sei cambiata». Questo accade perché, quando modifichiamo il nostro modo di comportarci, anche gli equilibri relazionali a cui eravamo abituati possono essere messi in discussione.
Cambiare, quindi, non significa soltanto modificare un comportamento individuale, ma talvolta rinegoziare il posto che occupiamo nelle nostre relazioni.
Guardare al passato con occhi nuovi
Un altro aspetto delicato della crescita riguarda il significato che attribuiamo alla nostra storia. Durante un percorso psicoterapeutico può accadere di rileggere esperienze familiari o affettive che avevamo sempre considerato normali, riconoscendo quanto abbiano influenzato il nostro modo di percepirci.
Frasi come «Sei troppo sensibile» oppure «Devi imparare a cavartela da solo» possono assumere un significato diverso quando iniziamo a comprendere come abbiamo imparato a gestire le emozioni e a costruire le nostre relazioni.
Questo non significa cercare colpevoli, ma provare a comprendere i significati che si sono costruiti nel tempo. Possiamo voler bene ai nostri genitori e, contemporaneamente, riconoscere che alcuni aspetti della relazione ci hanno fatto soffrire.
È un passaggio che può portare con sé tristezza, rabbia o disorientamento, ma anche la possibilità di guardare alla propria storia con maggiore complessità.
Stare peggio significa necessariamente crescere?
Non sempre. Ed è importante ricordarlo.
Una maggiore consapevolezza può far emergere emozioni difficili, ma questo non significa che soffrire sia una condizione necessaria per cambiare, né che un peggioramento del benessere sia automaticamente il segnale che la terapia stia funzionando.
Il cambiamento psicologico non segue una linea retta. Possono esserci momenti di sollievo, periodi di confusione e difficoltà che sembravano superate e che tornano a farsi sentire. Ciò che conta è comprendere se, nel tempo, stiamo sviluppando nuove possibilità di scelta e un rapporto più consapevole con noi stessi e con gli altri. Se il disagio diventa intenso o persistente, è importante affrontarlo apertamente all’interno del percorso terapeutico.
La consapevolezza, da sola, non risolve tutto. Ma può aiutarci a riconoscere quei comportamenti che prima ripetevamo automaticamente e a sperimentare, poco alla volta, modi diversi di stare nelle relazioni.
Forse non eravamo più felici prima. Forse ci conoscevamo meno.
Torniamo al ragazzo da cui siamo partiti. A quella sera in cui un amico gli ha detto che sembrava più felice prima di iniziare il suo percorso.
Forse, in quel momento, era davvero più spensierato. Forse alcune cose gli pesavano meno perché non riusciva ancora a riconoscerle. Non possiamo saperlo.
Possiamo però immaginare che oggi abbia iniziato a guardarsi con occhi nuovi. Che alcune certezze si siano incrinate e che, insieme alla confusione, si stia facendo spazio anche una possibilità: quella di conoscersi senza dover necessariamente aderire all’immagine di sé che ha costruito nel tempo.
Forse uno dei passaggi più delicati della crescita è proprio questo: accettare di non riconoscerci completamente nella persona che eravamo, prima ancora di sapere chi stiamo diventando.
Perché crescere non significa diventare una versione perfetta di noi stessi, ma imparare a stare nella nostra storia con maggiore libertà, riconoscendo ciò che ci appartiene, ciò che abbiamo imparato per proteggerci e ciò che, oggi, possiamo provare a cambiare.
E tu, hai mai attraversato un momento in cui conoscere meglio te stesso ti ha fatto sentire, almeno inizialmente, più confuso di prima?
Bibliografia
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