10 ottobre – Giornata Mondiale della Salute Mentale
Ogni anno, il 10 ottobre, si celebra la Giornata Mondiale della Salute Mentale. Un’occasione importante per parlare di benessere psicologico, contrastare lo stigma che ancora accompagna la sofferenza emotiva e ricordarci che prendersi cura di sé non dovrebbe essere un privilegio, né qualcosa a cui pensare soltanto quando le cose diventano insostenibili.
Eppure, quando parliamo di salute mentale, tendiamo ancora ad associarla alla presenza di un disturbo, a un momento di crisi o a un’esperienza particolarmente dolorosa. Ma la salute psicologica riguarda anche la nostra quotidianità: il modo in cui viviamo le emozioni, affrontiamo le scelte, costruiamo relazioni e impariamo a riconoscere i nostri bisogni.
Prendersi cura della propria salute mentale significa anche imparare a fidarsi di ciò che sentiamo. E non sempre è così semplice.
Quando perdiamo fiducia in ciò che sentiamo
Giulia ha trentacinque anni e arriva in terapia con una richiesta apparentemente semplice: «Vorrei imparare ad avere più fiducia in me stessa».
Mi racconta di sentirsi continuamente indecisa, di mettere in discussione le proprie scelte e di cercare spesso conferme nelle persone che le stanno accanto. Anche quando qualcosa non la fa stare bene, fatica a riconoscerlo fino in fondo. Si domanda se non stia esagerando, se abbia interpretato male una situazione o se, forse, dovrebbe semplicemente imparare a essere più leggera.
«Prima non ero così. Mi sembrava di conoscermi meglio. Adesso ho tutto quello che desideravo, eppure non mi sento tranquilla.»
Mentre la ascolto, mi colpisce quanto sia faticoso per lei non soltanto prendere decisioni, ma soprattutto riconoscere e dare valore alla propria esperienza emotiva. Ogni sensazione sembra dover essere spiegata, giustificata o approvata da qualcun altro prima di poter essere considerata legittima.
E allora iniziamo a esplorare non soltanto ciò che prova, ma anche quello che ha imparato, nel corso della sua storia, rispetto alla possibilità di esprimere le proprie emozioni.
La fiducia in sé nasce anche nelle relazioni
Da una prospettiva sistemico-relazionale, la fiducia in sé stessi non è una caratteristica che possediamo oppure no. È qualcosa che si costruisce e si trasforma nel tempo, anche attraverso le relazioni significative che attraversiamo.
Fin da piccoli impariamo a conoscere noi stessi attraverso lo sguardo degli altri. Le risposte che riceviamo alle nostre emozioni contribuiscono a costruire il significato che attribuiamo a ciò che sentiamo.
Se, per esempio, un bambino esprime tristezza e si sente rispondere frequentemente «Non è successo niente, non devi piangere», potrebbe imparare a dubitare della legittimità di quella tristezza. Se la rabbia viene vissuta come qualcosa di inaccettabile, potrebbe imparare a nasconderla per preservare la relazione. Se, invece, viene accolto e aiutato a comprendere ciò che prova, avrà maggiori possibilità di sviluppare fiducia nella propria esperienza emotiva.
Naturalmente, non è una singola frase a determinare il nostro modo di funzionare. Sono piuttosto le esperienze ripetute, i significati condivisi e le modalità relazionali che si consolidano nel tempo.
A volte diventiamo adulti molto capaci di comprendere i bisogni degli altri, ma poco allenati ad ascoltare i nostri. Impariamo a riconoscere ciò che ci si aspetta da noi, prima ancora di chiederci che cosa desideriamo davvero.
E così, lentamente, possiamo arrivare a confondere ciò che sentiamo con ciò che pensiamo di dover sentire.
Dare un nome alle emozioni per ritrovare noi stessi
Durante una seduta chiedo a Giulia come si sia sentita dopo una discussione con il compagno. Mi risponde: «Male, ma forse sono io che me la prendo troppo».
Proviamo allora a soffermarci su quel male. Era tristezza? Rabbia? Delusione? Paura di non essere capita?
Dopo qualche istante mi dice: «Credo di essermi sentita sola. Avevo bisogno che mi ascoltasse, non che mi dicesse cosa avrei dovuto fare».
In quel momento qualcosa diventa più chiaro. Non perché abbiamo trovato una soluzione immediata, ma perché Giulia è riuscita a riconoscere un’emozione e il bisogno relazionale che la accompagnava.
Dare un nome a ciò che proviamo può aiutarci a rendere più comprensibile la nostra esperienza interna. La ricerca psicologica sottolinea l’importanza della capacità di distinguere e descrivere le emozioni, pur mostrando che i suoi effetti sul benessere dipendono anche dal contesto e dal modo in cui questa capacità viene utilizzata.
Riconoscere la rabbia, per esempio, può aiutarci a comprendere che un nostro confine è stato oltrepassato. Dare spazio alla tristezza può permetterci di riconoscere una perdita o un bisogno di vicinanza. Accorgerci della paura può aiutarci a comprendere ciò che percepiamo come minaccioso.
Le emozioni non sono sempre indicazioni da seguire alla lettera, ma rappresentano informazioni preziose su come stiamo vivendo ciò che ci accade.
Ascoltarle non significa lasciare che decidano al posto nostro, ma concedere loro uno spazio nella comprensione di noi stessi.
Il coraggio di essere autentici nelle relazioni
C’è un altro aspetto che considero particolarmente importante: imparare a fidarsi di sé non significa diventare indipendenti dal giudizio degli altri o non avere più bisogno di rassicurazioni.
Significa, piuttosto, costruire relazioni nelle quali sia possibile esistere anche con emozioni, desideri e punti di vista differenti.
A volte temiamo che esprimere un bisogno possa deludere qualcuno, che dire di no possa compromettere un legame o che mostrare la nostra vulnerabilità ci renda meno amabili.
Così impariamo ad adattarci, a mediare continuamente, a mettere da parte parti di noi pur di mantenere l’equilibrio nelle relazioni.
Ma cosa accade quando, per sentirci vicini agli altri, dobbiamo allontanarci da noi stessi?
Nel lavoro terapeutico questa domanda può aprire riflessioni importanti. Non si tratta di individuare colpevoli nella nostra storia familiare o nelle relazioni attuali, ma di comprendere come alcuni modi di stare con gli altri, un tempo utili o necessari, possano oggi limitarci.
Ritrovare fiducia nella propria esperienza emotiva significa anche imparare a tollerare che gli altri possano pensarla diversamente, senza che questo renda automaticamente sbagliato ciò che proviamo.
Possiamo amare qualcuno ed essere arrabbiati con lui. Possiamo essere grati per ciò che abbiamo e desiderare qualcosa di diverso. Possiamo scegliere di prenderci cura degli altri senza dimenticarci di noi.
La salute delle nostre relazioni passa anche dalla possibilità di riconoscere queste sfumature, senza doverle continuamente cancellare.
Prendersi cura della salute mentale, prima di stare male
In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, mi piacerebbe che provassimo ad allargare lo sguardo su ciò che significa davvero prendersi cura di sé.
Non dobbiamo necessariamente aver attraversato un trauma, vivere una crisi profonda o ricevere una diagnosi per iniziare a interrogarci sul nostro benessere psicologico.
Possiamo farlo quando ci accorgiamo di non riuscire più ad ascoltarci, quando le nostre relazioni diventano faticose, quando sentiamo di vivere seguendo aspettative che non ci appartengono o semplicemente quando desideriamo conoscerci meglio.
La psicoterapia può rappresentare uno spazio in cui esplorare questi aspetti, dare significato alla propria storia e sperimentare nuove possibilità relazionali. Ma la cura della salute mentale passa anche attraverso i piccoli gesti quotidiani: imparare a chiedere aiuto, concedersi di esprimere un’emozione, rispettare un proprio limite, ascoltare senza giudicare la sofferenza di qualcuno.
E soprattutto, riconoscere che il benessere psicologico non è soltanto una responsabilità individuale. Dipende anche dalla qualità delle relazioni, dalle condizioni in cui viviamo e dalla possibilità concreta di accedere a sostegno e cure.
Imparare a darci credito
Forse imparare a fidarci di noi stessi non significa arrivare a non avere più dubbi. Significa poterli attraversare senza mettere continuamente in discussione il nostro valore, riconoscendo che anche ciò che sentiamo merita attenzione.
Non sempre riusciremo a comprendere immediatamente le nostre emozioni. Non sempre sapremo quale sia la scelta giusta. E va bene così.
Possiamo però iniziare a costruire un rapporto più gentile e autentico con noi stessi, imparando ad ascoltarci prima di giudicarci e a riconoscere i nostri bisogni senza viverli necessariamente come qualcosa di sbagliato.
Mi piace pensare che questo processo abbia anche una dimensione collettiva: ogni volta che impariamo a dare valore alla nostra esperienza emotiva, possiamo diventare più capaci di riconoscere e accogliere anche quella degli altri.
Forse è proprio da qui che possiamo iniziare a costruire una cultura della salute mentale più consapevole: da relazioni in cui non dobbiamo essere sempre forti, sicuri o impeccabili per sentirci degni di ascolto.
E allora, in questa Giornata Mondiale della Salute Mentale, vorrei lasciarti con una domanda:
Quando è stata l’ultima volta che hai dato davvero ascolto a ciò che sentivi, senza cercare subito di correggerlo, giustificarlo o metterlo in discussione?
A volte, prendersi cura di sé comincia proprio da lì.
Bibliografia
Hoffman, L. (2024). Terapia familiare. Una storia intima. FrancoAngeli.
McConnell, S. (2024). Terapia somatica dei sistemi familiari interni. Giunti Psicologia.IO.
Nook, E. C. (2021). Emotion Differentiation and Youth Mental Health: Current Understanding and Open Questions. Frontiers in Psychology, 12, 700298.
Schwartz, R. C., & Sweezy, M. (2023). Terapia dei sistemi familiari interni. Raffaello Cortina Editore.
Venturelli, E., Fruggeri, L., & Cigala, A. (2022). Valutazione del funzionamento familiare. La prospettiva triadica della procedura TIAP. Raffaello Cortina Editore.



